Adoro Blane e il suo modo di tracciare, così fluido e sicuro, e mi piace anche come la pensa, ecco quindi la traduzione dal suo blog di un articolo che ha scritto:
«Comuni denominatori
È sempre più chiaro per me che, dal di fuori, ogni singolo praticante di Parkour appare come parte di una più ampia collettività sotto lo stesso ombrello. È solo con una più attenta ispezione che è possibile vedere che così tanti di noi stanno facendo cose diverse, scegliamo però di usare la stessa parola per definire cosa stiamo effettivamente facendo.
Bene, secondo me nessuna di queste definizioni, motivazioni o ragioni di praticare è più giusta o migliore di nessun altra, perché penso sia importante che noi tutti seguiamo il nostro percorso personale e facciamo ciò che ci rende felici. È interessante, però, che individualmente abbiamo trovato tutti qualcosa che ci attira verso questa stessa parola [Parkour, N.d.T.] che poi pieghiamo a significare qualcosa di leggermente diverso per ognuno di noi.
Cosa stai facendo? È una domanda che mi ritrovo spesso a farmi quando mi alleno e, ogni volta, tendo a rispondere in un modo un po’ diverso. Non c’è una risposta definitiva e semplice a questa domanda per me e penso che molti di voi abbiano provato la stessa cosa quando qualcuno vi ha interrogati su cosa stiate facendo.
Parkour. tende ad essere la pronta risposta che sento me stesso e gli altri usare più frequentemente. E, Oh! Quella roba di corsa libera [freerunning, nel testo] dove si salta dai palazzi, giusto? Fai un backflip! È sfortunatamente una delle più comuni risposte a cui la parola Parkour induce.
Ma, se noi stessi non siamo d’accordo su cosa stiamo facendo, come gruppo, allora come possiamo aspettarci che lo faccia la gente comune?
Dovete ammetterlo la parola stessa non è particolarmente attraente o semplice da dire, quindi credo sia qualcos’altro nella disciplina stessa che attrae tanta gente a sé e la definisca come praticante di Parkour. Un denominatore comune che ci unisce, se volete.
Gli sport estremi sono relativamente nuovi e sono diventati sempre più popolari man mano che la gente si è trovata davanti lavori sempre più deprimenti e insoddisfacenti. I ‘Guerrieri dei Weekend’ sono dappertutto e ne conoscerete qualcuno, ne sono sicuro. Sono quelli che lavorano dal lunedì al venerdì e usano i finesettimana per scappare e provare a compensare le loro tediose settimane saltando giù dagli aeroplani o scalando le facciate di un dirupo, in Galles.
Con livelli di obesità e depressione sempre tanto alti, alcolismo e uso di droga, con un’élite di pochi che ci dice come vestirci, dove andare e come pensare… è poi una sorpresa così grande se così tanti tra noi cercano uno sfogo e un modo di scappare da tutto questo?
Potrebbe essere la libertà associata al Parkour che ci unisce, allora? Il fatto che non facciamo uso di particolari attrezzature significa che non c’è tavola, ruota, supporto e manubrio a condizionarci o limitarci. Non c’è motivo di evitare determinate superfici, condizioni meteorologiche o luoghi. Non c’è posto dove non possiamo andare, niente che non possiamo usare – le variabili che rovinano gli altri sport portando alcune attività ad un’interruzione, sono le cose che cerchiamo volontariamente per sfidare noi stessi. Ci impegniamo in quelle che verrebbero spesso considerate condizioni difficili e questo rende il Parkour così attraente e accessibile alle masse.
Se stiamo solo provando a soffocare una qualche primordiale sete d’avventura e libertà, è solo naturale che così tanti di noi siano attirati da qualcosa dove tanta libertà, fisicità, miglioramento personale e coraggio sono così ampiamente impiegati e apprezzati.
La maggior parte di noi, come esseri sociali, è contenta di interagire con gli altri. Ci piace essere parte di qualcosa… così dopo un’iniziale esperienza di Parkour, i traceur [individuals, nel testo] spesso si ritrovano su uno dei tanti forum o comunità online, che crescono in numero giorno dopo giorno, provando a cercare nuove risposte.
Tragicamente, il loro neonato senso di libertà e eccitazione inerente alla scoperta del Parkour è molto spesso distrutto quando si uniscono al nostro gruppo. Ognuno gli dice cos’è che stanno facendo e cosa dovrebbero fare. Non sono più sul loro percorso individuale, caricati da un momento di ispirazione, ma sono improvvisamente reindirizzati su quello preparato da qualcun’altro.
Il perché inizialmente si siano attivati e abbiano deciso di esplorare il loro potenziale riguardante il movimento non è più la loro forza motrice, i loro obiettivi si sono modificati man mano che hanno scoperto sempre di più riguardo al Parkour.
Ironicamente, invece di conservare la loro individualità e perseguire i propri obiettivi, questa gente prova a conformarsi a un ideale a cui nessuno può accordarsi! Ma c’è conforto nella folla, la forza del numero e la soddisfazione sentite quando si è parte di qualcosa.
Sono ugualmente colpevole come tutti. Io volevo trovare i ‘segreti’ per divenire un grande nel Parkour e scoprire sempre di più riguardo la disciplina, piuttosto che esplorare come posso diventare grande in quello che è ciò che io voglio fare… e avere successo nell’essere ciò che voglio essere.
Quindi, la ragione per cui credo che abbiamo così tante diverse definizioni di Parkour è dovuta al fatto che conserviamo una parte della nostra individualità e proviamo a fare le cose che ci appartengono – ma allo stesso tempo vogliamo mantenere il nostro posto nel gruppo così possiamo dichiarare di essere parte di qualcosa di più grande. ‘Parkour’ diventa ciò che tutti facciamo, a dispetto del fatto che ci stiamo muovendo tutti in direzioni diverse, per ragioni differenti.
Ad ogni modo abbiamo qualcosa in comune. Ciò che ci unisce è il movimento. È ciò che facciamo col movimento e le nostre ragioni di sviluppare le nostre capacità fisiche e mentali, attraverso il movimento, che è unico per ognuno. Se lo chiamiamo Parkour, Freerunning, L’art du deplacement o anche ‘Rage Froobling’ [?, N.d.T.] è irrilevante. Le parole sono sopravvalutate e usate male. Alla fine credo che ciò che conta è che conserviamo tutti la nostra individualità e facciamo ciò che ci rende felici, ed evitiamo di rinchiuderci nelle definizioni e nei termini.
‘Io pratico Parkour’, e ad oggi credo che ciò che sto facendo è molto vicino a cosa i fondatori (o il fondatore) si proponevano, ma se domani fosse rilasciata una definizione ufficiale e differisca dai miei obiettivi, non mi porterebbe a chiamare in modo diverso ciò che faccio. Sono contento di esser parte di un gruppo che condivide una passione per il movimento, ma credo che meno del 5% delle persone che ho incontrato e con cui mi sono allenato pratichino per le stesse ragioni e per le mie stesse ragioni.
E questa è una cosa buona.
Sii te stesso; ogni altro è già stato preso. – Oscar Wilde
-Blane»
Fonte: Blane's training blog
martedì 2 dicembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
David Belle cade, ma il bello è rialzarsi
Questo video è anche la dimostrazione che i muscoli sono molto utili ad attutire le cadute!
La cosa migliore del cadere è rialzarsi nuovamente
Mirror’s Edge
Sviluppatore: DICE
Distributore: EA
Giocatori: 1
Piattaforma: PC, PS3, X360
Distributore: EA
Giocatori: 1
Piattaforma: PC, PS3, X360
Tai chi
La cosa più naturale sembra irreale.Il morbido vince il duro,
il debole vince il forte.
Sii vuoto e sarai riempito.
Liberamente tratto dal Tao Te Ching di Lao Tze
La leggenda narra che intorno al 1200 sulle pendici del monte Wu Tang vivesse un monaco taoista di nome Chang San Feng. Esperto di arti marziali un giorno assistette al combattimento tra una gazza ed un serpente.
Fu lì che comprese come la sinuosità circolare del serpente fosse particolarmente efficace di fronte ai diretti attacchi del volatile.
Nacque così questa morbida arte che non basa le speranze di vittoria del praticante sulla sua contrapposizione atletico-muscolare, ma bensì sull’utilizzo di forze sottili al nostro interno che ci guidano sulla strada dell’armonia e della fluidità.
Era tipico in quei tempi trarre insegnamenti dal mondo della natura e Chang San Feng ne accolse uno “evitare di fare forza contro forza”, che si sarebbe diffuso nei secoli sino ai giorni nostri, approdando anche in questo scritto che si unisce ai molti altri che lo hanno preceduto e ad altri ancora che verranno.
Altre sono le leggende che narrano della nascita del Tai Chi Chuan e diversi furono gli stili che si formarono. I più noti sono lo stile Wu, Sun, Chen e Yang.
[Autore: Francesco Curci Fonte: Energia e Forma]
Origine storica
In Cina l’uso dell’esercizio fisico può essere fatto risalire già al 1000 a.C.
Il Neijing, antico testo fondamento della medicina tradizionale cinese, prescrive esercizi di respirazione, massaggi della pelle e della carne, esercizi delle mani e dei piedi per gli abitanti del centro, regione pianeggiante e umida, che soffrono di paralisi delle giunture, raffreddamenti e febbri.
Nel periodo dei regni combattenti (403-221 a.C.) i taoisti introdussero esercizi fisici e mentali ed esercizi di respirazione come tecniche efficaci per la prevenzione e cura di alcune malattie ed il mantenimento della salute, generalmente conosciute come Qi gong.
Già verso la fine della dinastia Han, Hua Tuo (141-203 d.C.), noto medico e scienziato, sosteneva l’efficacia dell’esercizio per aumentare le difese immunologiche e aveva elaborato un sistema di cura attraverso movimenti noto come il gioco dei cinque animali.
Da allora le ginnastiche energetiche vennero studiate e approfondite negli ambienti buddisti e taoisti con lo scopo di mantenere l’organismo efficiente, preservarsi dalle malattie e dalla vecchiaia, conservarsi in buona salute e favorire la longevità.
Da queste ginnastiche e dagli antichi stili di Kung-fu si evolvette il Taijiquan che inoltre eredita molti contenuti dalla teoria del taiji e dei cinque elementi. Sono presenti infatti i cinque principi dei cinque elementi: la fluidità dell’acqua essenza di ogni movimento; il principio e la forza del movimento sono come il legno: dall’interno verso l’esterno (spesso si usa l’esempio di una radice che crescendo è capace di rompere anche un muro); il fuoco presente nell’attimo in cui un colpo va a segno; la terra presente nella posizione salda e stabile; il metallo (es: il mercurio) è nel peso, del corpo, che si lascia scendere verso la terra e più rende la pratica efficace. Esistono due teorie accreditate sulla nascita di questo stile: la prima ne situa la nascita durante la dinastia Yuan (1279-1368) ad opera del monaco Zhang San Feng, la seconda la fa coincidere con l’origine dello stile Chen, ad opera di Chen Wang Ting, durante la dinastia dei Ming (1368-1644).
Principi fondamentali
Lo studio del tai-ji quan non è solamente uno studio legato al movimento fisico ma una profonda filosofia di vita che affonda i suoi contenuti in antichissime filosofie e teorie come il Bagua l’Yi Jing e più in generale il Taoismo. Il principio fondamentale è il Wu wei traducibile in italiano in tanti modi, ma nessuno pienamente soddisfacente: non agire, niente fare, lasciar andare… Dove però il non-agire è un’“azione” compiuta con coscienza: spesso è più difficile non fare e lasciare che le cose seguano il loro corso naturale invece di cercare di cambiarle… ed oltretutto potrebbe rivelarsi molto più efficace. Ci sono inoltre quattro parole, concetti (ideogrammi) che rappresentano il tai-ji quan, i suoi contenuti filosofici ed i benefici che con la pratica si possono ottenere e sono: Movimento (Attività), Quiete (Calma, Quiescenza), Gioiosità (Felicità, Serenità), Longevità (Vitalità). Nel tai-ji quan ritroviamo inoltre i concetti principali del taoismo: ogni movimento esprime l’alternanza dello Yin e dello Yang di vuoto e pieno: l’uomo e l’universo entrano in unione.
[Fonte: Wikipedia]
Il wu wei taoista di Roberta Bozza
…L'espressione cinese viene letteralmente tradotta con “non-agire”; ma wu wei non corrisponde ad una sorta di invito alla passività, propone piuttosto una costante attenzione al mondo circostante onde evitare interferenze con il suo inesauribile intrecciarsi di rapporti. Un’attenzione che esige la massima lucidità mentale, senza regole fisse e categorie immodificabili, stabilite secondo canoni esclusivamente umani, che ostacolino il fluire spontaneo degli eventi naturali. Come possiamo leggere nel capitolo IX dello Huai Nan Tzû, la posizione taoista sottolinea l’importanza di evitare egoistiche interferenze sul Tao, il corso naturale dell’intero universo:
«…Ciò che, a mio avviso, è da intendersi con wu wei, è che nessun pregiudizio personale (o volontà privata) interferisce con il Tao universale e che nessun desiderio e ossessione conducono fuori strada il vero corso delle tecniche. La ragione deve guidare l’azione affinché il potere possa essere esercitato in accordo con le intrinseche proprietà e le tendenze naturali delle cose…».
Nella concezione taoista del wu wei bisogna quindi scartare un’interpretazione meramente passiva dell’agire; va interpretata piuttosto come accettazione delle trasformazioni della natura, diviene dunque una forma di attività che richiede di essere ricettivi e attenti in ogni situazione.
Yin corrisponde a basare le proprie azioni sulle situazioni che cambiano, come fa il saggio taoista che si adatta alle circostanze senza ricorrere a dei fissi principi; wei invece corrisponde ad agire secondo principi inflessibili. Quest’ultimo termine è lo stesso che troviamo nella formula wu wei, di cui un’equivalente traduzione proposta dal Graham potrebbe essere “agire senza artificiosità”.
«La cosa più sottomessa al mondo può sopraffare la più dura al mondo, quel che non ha sostanza penetra in quel che non ha fessure. Da ciò conosco il beneficio dell’attenersi al non-agire»
L’arrendevolezza, jang, è dunque la qualità, propria dell’acqua e di tutto ciò che viene associato al femminile [contrariamente a quanto si ritiene oggi, YIN è maschile e YANG femminile, e non viceversa - "lo Yin sulle spalle = la testa, la mente, il principio maschile" e "lo Yang fra le braccia = il cuore, l’amore, il principio femminile"
…Non si tratta perciò di subire con inerzia, ma piuttosto di rispettare gli eventi senza aggredirli e di conseguenza senza arrecare squilibri.
…agire in accordo con il Tao significa agire in modo armonioso, imitare dunque l’Assoluto che agisce armonizzando. La natura consiste infatti in una produzione continua di armonia e la sua caratteristica fondamentale equivale alla spontaneità, tzu jan, il naturale corso degli eventi. Se il movimento della natura è spontaneo, come la crescita di un albero e lo scorrere dell’acqua, al contrario quello dell’uomo risulta in gran parte artificioso, perché premeditato e intenzionale.
La spontaneità, a cui si dovrebbe conformare anche l’uomo, non corrisponde banalmente al piacere di fare qualsiasi cosa si desideri, consiste piuttosto nel seguire la propria natura in perfetto accordo con il cosmo…
…L’agire risulta senza sforzo perché l’agente coincide con l’azione stessa.
Il wei wu wei taoista è il totale rifiuto da una parte di un’azione oggettiva e dall’altra di un soggetto agente; il dualismo sorge perché l'agire tende a un risultato, alla realizzazione di uno scopo che si ha in mente. L’unica via per trascendere il dualismo del sé e dell’altro è di agire senza intenzionalità, senza l’attaccamento a un fine progettato. Svanisce allora quella frattura tra la mente che si prefigge una meta e il corpo utilizzato per ottenere quel risultato.
L’uomo sommo è il saggio, la cui mente riflette come uno specchio la situazione che si presenta di volta in volta senza trattenere le valutazioni che confondono la chiarezza di visione.
…Il Taoismo ci mostra poi come sia possibile derivare un’intera filosofia di vita da un singolo imperativo: quello di rispecchiare le cose come sono obiettivamente e non come si vorrebbe che fossero. [il “guardare limpido e senza preconcetti”, altrimenti si vede solo ciò che si vuole vedere, ergo NON si vede.
L’errore fondamentale è quello di farsi distrarre dai pensieri che oscurano lo specchio della mente; ma essere senza pensieri non significa essere sbadati, al contrario corrisponde al più alto grado di concentrazione. In realtà le alternative non esistono, perché si escludono l’una con l’altra; si realizza unicamente l’inevitabile, nel senso che, se gli elementi di ogni fenomeno vengono ordinati secondo le loro interazioni e interrelazioni, il movimento dell’azione non può che risultare spontaneo e naturale.
…riflettendo qualsiasi situazione con perfetta chiarezza si può reagire in modo automatico in una sola direzione. Il Tao non è quel che l’uomo desidera egoisticamente ma il corso in cui si trova anch’egli a scorrere, e se rispetta l’evolversi naturale non ha alcun bisogno di pensare a cosa deve fare, piuttosto si lascia agire da atti spontanei ..: «reagire con consapevolezza».
L’azione risulta spontanea ed efficace soltanto se è presente quell’assenza di scopi che si traduce in vuoto. Il vuoto è infatti una delle condizioni necessarie per poter praticare il wu wei; lasciare agire il vuoto significa purificare lo specchio della mente da tutte le motivazioni intenzionali che mirano sempre all’ottenimento di qualcosa. Nel momento in cui svanisce l’idea di ottenere e si realizza un vuoto di finalità, l’intervento di chi agisce è minimo e senza tensioni che sbilancino l'esecuzione.
[Liberamente tratto da Vedanta.it]
Wudang Tai Chi con spada
domenica 16 novembre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
sabato 20 settembre 2008
sabato 6 settembre 2008
Alberi
Daniel Ilabaca e Oleg Vorslav a Tor Vergata (IV Raduno Nazionale di Parkour)Quando mi capita, come oggi, di andare in montagna mi piace molto arrampicarmi sugli alberi. Credo che sia un buon esercizio naturelle e che, a parte i muscoli, possa allenare bene anche la mente e abituarla alle altezze e alla gestione dello spazio.
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